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SOMMARIO. 1. Significato
della bioetica e della medicina legale in oftalmologia. 2. Cause
di "medical malpractice" e attuali rapporti tra oftalmologi e pazienti.
3. Responsabilità professionale, medica e specialistica, dell'oftalmologo.
1.
Poche sono le discipline che alla stregua della oftalmologia dimostrano quanto
sia oggi vero e valido l'antico assunto che impone alla scienza l'obbligo della
"utilità" e alle sue
applicazioni tecnologiche l'imperativo del rispetto
dei diritti umani fondamentali,
primo fra tutti quello alla vita e
alla salute. Tale postulato, a
ragione definibile "civico",
conferisce alla conoscenza umana una dignità ed un significato altrimenti non
ravvisabili nel faticoso cammino verso consapevolezze suffragate da verità
scientifiche mutevoli e relative e da un dominio
della natura conquistato a caro prezzo e in parte solo apparente.
L'esigenza
di riflettere sulla legittimità della "ricerca"
e della "tecnica" trova
crescente e per certi aspetti solo formale soddisfazione nella speciale
disciplina dell'"etica",
divenuta metodo applicabile ad ogni
settore della scienza e della tecnologia, fonte di molti dubbi come sempre
accade agli scenari che spaziano nell'ambito della speculazione teorica e
filosofica. Di qui il non solo ideale nesso che lega l'etica in ambito biomedico
(la cosiddetta "bioetica") alla disciplina medico-legale, nata dalla
esigenza pratica di fornire dati biologici utili e di contribuire alla ricerca
di adeguate soluzioni ogniqualvolta i problemi correlati alla tutela della vita
e della salute dell'uomo devono trovare nelle leggi chiare e univoche risposte.
Ecco
che la riflessione in bioetica non può non trovare nella medicina legale la
sede conclusiva di un "ragionamento" che si deve chiudere in un
"riferimento" normativo sempre discutibile ma ineludibile per l'umana
necessità di dare un "regolamento" alla civile convivenza. Anche se
molto più numerosi e visitati sono i siti Internet sui dilemmi dell'etica
medica (basta digitare
http://www.ddonline.gsm.com
per entrare in "The Doctor's Dilemma. Essentials of Medical Ethics")
ed intervistati ed ascoltati i guru
della bioetica mondiale.
Sui
rapporti tra bioetica, medicina legale e
diritto fondamentale risulta la recente monografia del Barni che esamina in
maniera sistematica tutte le più dibattute questioni poste dall’intervento
del medico, scienziato e professionista, sulle varie fasi della esistenza umana
nel percorso “dalla bioetica al
biodiritto” che gli studiosi e gli operatori di una moderna sanità
possono affrontare solo con una cultura ed una coscienza adeguate al rispetto
non solo formale di “una deontologia
vivificata della bioetica”.
E’
bene quindi riferirsi agli oftalmologi piuttosto che alla oftalmologia, così
come è opportuno considerare la persona del paziente che all'oftalmologo si
rivolge o che gli viene affidata dalla struttura sanitaria piuttosto che
l'apparato visivo autonomamente inteso.
Quanto
agli oftalmologi dovremo prima riflettere sulle qualità di uomo probo,
cittadino esemplare, medico capace che sono alla base di un corretto esercizio
della specifica professione, presupposto indispensabile ed elemento costitutivo
di ogni "buon oftalmologo", di ogni valentìa professionale frutto non
di retorica celebrazione ma di reale dimostrazione e di pubblica utilità.
Solo
la preliminare valutazione di doti umane, cultura civica e preparazione
biomedica consentirà una compiuta definizione della idoneità
dell'"oftalmologo", che non è nè potrà mai essere, proprio nella
società della ultraspecializzazione, il "tecnico dell'occhio",
dizione attinente a strumenti per la misurazione di strutture oculari o a
esperti in manipolazione di materiali ottici.
E
dispiace dover constatare che un certo spirito primitivo e rozzo che
contraddistingue le condotte della parte meno progredita e colta della società
stia pervadendo anche ambienti accademici che dovrebbero rappresentare la
"punta di diamante" di istituzioni di ricerca e formazione
identificabili nella denominazione di "Alta Scuola"...
La
bioetica e la medicina legale non potranno allora apparire l'ennesima e magari
astrusa materia di studio ai medici dotati di umana sensibilità e civica
educazione cui si richiederà solo la maturazione delle caratteristiche di buon
senso comune ed il perfezionamento della conoscenza di elementari regole
giuridiche, rappresentando tali discipline l'indispensabile riferimento (ed il
naturale "sentimento"...) per la consona impostazione della condotta
professionale e per la corretta soluzione della complessa problematica che ogni
ambito di attività specialistica pone.
C'è
forse bisogno di particolare preparazione e speciale studio per comprendere che
è buona e necessaria norma, anche per l'oftalmologo, la chiara e completa
redazione di qualsivoglia documento attraverso una scrittura che prenda le mosse
da una data, descriva e distingua l'ambito delle notizie anamnestiche
(comprensivo anche di ogni sintomo non verificato ma solo riferito) dalla
definizione del quadro obiettivo (che deve essere caratterizzato dai connotati
dei fatti dimostrabili e documentabili e quindi nell'eventuale processo penale
rubricabili alla stregua di "prova"),
si concluda con la firma dell'estensore dell'atto, sia esso certificato,
referto, relazione specialistica, richiesta di esame o consulenza e soprattutto
cartella clinica, documento, quest'ultimo,
decisivo in ogni successiva indagine sanitaria o giudiziaria, analisi
scientifica o pratica assicurativa, valutazione della idoneità o della
invalidità ?
Si
deve insomma arrivare a dire più esplicitamente che l'attività medica, anche
quella esercitata dall'oftalmologo, deve essere vissuta e sentita sì alla
stregua di professione liberale ed espressione artistica (potestà
di curare) ma conosciuta e ben compresa nella sua drammatica valenza di
momento essenziale di garanzia della vita e salute umana, di attività sempre e
comunque di natura pubblica e soggetta a controlli e norme morali e soprattutto
giuridiche (dovere di ben operare)
che il medico non deve sopportare con fastidio come gravame e limitazione ma
rispettare quale naturale, logica prima che legale, e qualificante
caratteristica della sua professione ? Riflessione che vien facile pur che ci si
pensi, piuttosto che medici cui sia consentito il libertino esercizio della
propria professione, cittadini cui sia garantita la tutela del diritto alla
sopravvivenza e al benessere !
In
sostanza, è proprio al medico più colto e raffinato, quale si presume debba e
possa essere l'oftalmologo, che si chiede la consapevolezza della pratica medica
quale "arte seria" e quindi l'attitudine a corrispondere pienamente
alle aspettative dei cittadini e a rispondere serenamente dei propri atti !
Bioetica
quindi e medicina legale non da sfondo nè da ornamento di una elegante
attrezzatura culturale e di un ricco armamentario professionale !
Ecco
perché prima della specifica disciplina e per una corretta (anche
tecnicamente...) attività professionale bisognerà ristrutturare le varie
Scuole mediche in termini anche bioetici e medico-legali, anche attraverso
adeguati "aggiustamenti" dell'ordinamento degli "studi" in
Italia.
A
cominciare dalla alfabetizzazione
linguistica, emotiva, civica, premesse di ogni successiva preparazione
biomedica, specialistica, chirurgica.
2.
Pur se in elenco apparentemente brutale si possono brevemente richiamare le note
ma non debellate noxae di medical
malpractice in ambito medico rimandando a precedenti più ampie analisi.
Prima
causa di medical malpractice: la politica.
Se
il riordino degli studi, a cominciare dall'insegnamento della educazione civica
da sempre disatteso fino alla valutazione della reale idoneità degli aspiranti
operatori sanitari e alla successiva formazione e selezione di medici e
specialisti, dipende dalla specifica legislazione, se la riorganizzazione dei
servizi sanitari non può realizzarsi che attraverso un miglior governo delle
aziende ospedaliere, funzionamento degli organi di controllo, definizione della
natura e dei limiti dell'attività libero-professionale, risulta evidente che
l'origine ma anche il rimedio ai mali della medicina è la tanto disprezzata
"politica", unico luogo da cui possono scaturire nuove norme per una
modifica di abitudini e costumi, oltre che per la regolamentazione di atti e
comportamenti.
Seconda
causa di medical malpractice: la famiglia.
E'
auspicabile che il "popolo sovrano" di costituzionale definizione
riesca finalmente ad interpretare la propria sovranità in termini soprattutto
di responsabilità non dimostrandosi riottoso e recalcitrante di fronte al
percorso obbligato della crescita culturale e civile, pena la persistenza di una
"malpratica medica" che affonda le proprie radici nelle paludi
limacciose del familismo italico, dove il rifiuto di seri e responsabili impegni
trova coperture compiacenti e pietistiche protezioni in parenti ed affini adulti
solo per l'anagrafe, in realtà rimasti ai tempi di mitiche figure professionali
(l'avvocato e il medico, il dentista e l'oculista) cui un tempo spettavano
benefici economici e riconoscimenti sociali sol per il titolo loro conferito
dagli Dei più che per l'arte e la perizia dimostrate.
In
sostanza si preferiscono illusorie scorciatoie verso il facile guadagno ed il
prestigio sociale alla lenta marcia verso l'opportuno decoro e la doverosa
perizia: un fregio accademico anche a prezzo dello sfregio alla speranza di
sicurezza dei cittadini ed anche di se stessi !
E'
a questo malcostume domestico che va ascritto un primum
movens dei guasti e dei guai della medicina.
Terza
causa di medical malpractice: l'università.
Certo
sussistono anche responsabilità da parte dei medici e di chi li forma e
legittima dimenticando che preparazione teorica e capacità tecnica non bastano
a configurare un professionista, se sprovvisto di coscienza etica e conoscenza
deontologica, correttezza comportamentale e sensibilità sociale, doti in
carenza delle quali il medico sarà esposto, malgrado il diploma, alla accusa,
solo apparentemente paradossale, di esercizio abusivo della professione e
considerato punibile pur se tecnicamente perfetto
(si pensi al famoso caso del chirurgo Massimo accusato di omicidio
preterintenzionale per la semplice mancanza di adeguato consenso da parte di un
paziente pur correttamente trattato sotto il profilo tecnico): per contro sarà
facilmente perdonato o neanche citato il medico che abbia commesso un errore in
buona fede e con umano rispetto.
E
poi tutte le volte che un esame è "favorito" o un concorso è
"truccato" o risolto, come taluno propone, con calcoli solo algebrici,
così ogni volta che si bara per "far carriera", anche in ambito
accademico, ogni volta che si pubblica una casistica "arricchita"
grazie all'inventiva di pseudostudiosi (eppure basterebbe confrontare i dati
delle cosiddette statistiche con i ricoverati reali) e quando una relazione od
un articolo sono apocrifi per il notorio assemblaggio di scritti altrui o la
sfacciata traduzione di autori magari lontani ed esotici (memorabile il caso
napoletano del cosiddetto "Professor Copia" !), così anche se si
omette in bibliografia solo l'articolo da cui si è tratto troppo insegnamento
e... giovamento e pure nell'ipotesi, quasi "normale" in certa
letteratura medica, delle folte schiere di nomi di autori "del nulla"
uniti solo dal vincolo del reciproco scambio, ed infine nel caso non
infrequente della ricerca realizzata grazie al sacrificio oscuro di qualche
anonimo "collaboratore", ebbene in ognuna delle situazioni prefigurate
è da identificare una delle principali ragioni del degrado della cultura e
della professione medica.
Quarta
causa di medical malpractice: la sanità.
Va
detto che la categoria medica, un tempo casta dominata da ciarlatani quasi
sempre impuniti (si pensi al fatto che nell'antichità si poteva impunemente
trapanare il cranio al paziente per farne uscire gli spiriti maligni...), paga
un prezzo sproporzionato alle colpe reali proprio da quando la medicina è
divenuta scienza, cioè esperimento misurabile ed esperienza verificabile, e la
sanità si è organizzata nelle aziende e regolamentata nei codici, proprio in
questo secolo di grandi conquiste scientifiche ed eccezionale progresso sociale.
In
effetti a fronte della crescita imponente e del miglioramento costante del
patrimonio biologico dell'uomo constatabile dall'allungamento della vita media e
dall'incremento della statura umana e soprattutto dalla moderna concezione della
salute intesa nel più lato significato di benessere e dalla più civile
consapevolezza del senso politico ed etico prima che tecnico e scientifico della
professione medica, paradossalmente è cresciuto il contenzioso contro i medici,
per il crollo di quel rapporto di fiducia in passato spinto a livelli fideistici,
caratterizzato dal prestigio di un medico autorevole e spesso autoritario (si
pensi al terribile Dottor Purgone di Molière che rimprovera il suo malato
immaginario Argante per essersi "...sottratto all'obbedienza dovuta al
medico curante..."), poi divenuto paternalistico e protezionistico, infine
competitivo-concorrenziale, inevitabilmente destinato al conflitto.
Rapporto medico-paziente: natura, limiti e ruoli.
Se
è vero che a questa scomoda condizione si è risposto con gli eccessi della
"medicina difensiva" e talora persino disumanizzata che vede ormai
trionfare la burocrazia dei moduli, gli esami di laboratorio, le macchine ed i
computer sui momenti fondanti e qualificanti l'attività medica (l'anamnesi e la visita,
queste sconosciute...), è anche vero che il cosiddetto rapporto medico-paziente si è codificato in una dimensione (e
direzione) a dir poco sui generis: si
rifletta, prima di predicare e praticare il rituale del cosiddetto consenso
informato (rectius …firmato !),
sulla natura di detto rapporto, tutt'altro che paritario e certo non favorevole
al medico.
Nessuno
ha mai scritto nel testo dei molti "Studi" e delle troppe
"Leggi" quanto è di assoluta evidenza e di costante evenienza,
nessuno ci ha mai insegnato e riconosciuto quella che è la seconda, conclusiva
e spesso fatale parte della storia del cerusico (o cireneo ?)
che incontra il sofferente: tutti, da Ippocrate in poi, sappiamo e ripetiamo che
il medico dovrà essere riservato, dovrà comunque rispettare la dignità, la
libertà e la personalità del paziente, dovrà far del suo meglio per alleviare
il dolore e tentare, con obbligazione di mezzi e non certo di risultati, la via
della guarigione o almeno della sopravvivenza; nessuno ha però mai segnalato e
adeguatamente ponderato il fatto che il malato non ha obblighi, non ha da esser
riservato e discreto, nè è tenuto alla reciprocità nella informazione: quanto
al consenso vi è da notare che recenti storie di cure miracolose hanno
fortemente messo in discussione perfino la libertà dei medici di prescrivere,
di decidere e di dissentire dalle richieste e dalle pretese dei malati.
Ma
il peggio può ancora accadere, perché il paziente in qualunque momento,
sull'onda emotiva di qualsiasi suggestione o suggerimento, può decidere di
interrompere il rapporto di fiducia non solo rivolgendosi ad altro sanitario ma
rivoltandosi contro il professionista nel nome di motivazioni la cui fondatezza
sarà chiarita dopo querele, "giornalate"
e interminabili processi penali e civili che esiteranno in ogni caso in un grave
nocumento per il medico, indipendentemente dalla conclusione formale del
procedimento e dalla sancita incolpevolezza dell'imputato. E l'iniziativa
giudiziaria potrà partire anche a paziente defunto per l'"idea" di un
parente, la cui volontà, irrilevante giuridicamente finchè il malato vive, è
legittimata fino all'arbitrio non appena questi esali l'ultimo respiro.
Pertanto
anche il migliore oftalmologo, animato dai più sani e fini dubbi etici e
ispirato dalla più corretta deontologia professionale, è affidato alla
clemenza dei pazienti prima che delle Corti...
Si
pensi all'alta percentuale di pazienti che si recano dall'oftalmologo
guardandosi bene dal portarsi dietro le lenti da vista e tutto ciò che potrebbe
essere di ausilio allo specialista ed allo stesso paziente (fluoroangiografie,
esami ecografici, cartelle cliniche, certificati medici sostituiti da fotocopie
di fatture, ricevute e scontrini...).
Paziente
dovrebbe essere quindi il medico nell'indagare con cortesia il malato attraverso
una accurata anamnesi e una approfondita visita. Se la fase anamnestico-clinica
è sempre più "evitata" dal medico non è certo per la
"modernizzazione" e "computerizzazione" della medicina ma
per ragioni non certo tecnologiche: quello che manca, prima che l'amore per la
professione, è l'interesse per il prossimo in genere ed il malato in
particolare (la retorica della missione e della vocazione è una colossale
"balla"); l'altro motivo essenziale è la non conoscenza della
semeiotica medica, senza la quale non è possibile procedere all'esame clinico
riducendosi la professione medica ad un "bluff" e dovendosi ricorrere
all'alternativa di una strumentazione preferibilmente sofisticata e affidata ad
altri (non il vecchio stetoscopio o lo sfigmomanometro ma una bella risonanza
che se non risolve sempre comunque soddisfa il bisogno del paziente di essere
sottoposto a tecnologie avanzate...)...
In
sostanza e in sintesi il paziente non esiste se non come categoria platonica:
nella realtà il medico, specialista o non, si può imbattere in una umanità
rappresentata dalle più diverse (e difficilmente riconoscibili nel breve spazio
degli accertamenti anamnestico-clinici) personalità la cui variabilità è
legata a molteplici fattori (età, sesso, intelligenza, carattere, scolarità,
cultura, capacità di comunicare, esistenza di disturbi psichici, stati di
decadimento cognitivo, effetto di sostanze psicotrope).
Le
osservazioni epidemiologiche e la quotidiana esperienza consentono di rilevare
come molti miti ma anche certezze consolidate della dottrina giuridica e
medico-legale non fanno più parte di un panorama sanitario dove dominano
comportamenti così frequenti da potersi ritenere rituali perché mossi da
semplici fondamentali bisogni e desideri.
Si
può quindi affermare che il medico ha in genere davanti una persona che
desidera di sfogarsi e raccontarsi seguendo percorsi non utili o fuorvianti
rispetto agli obiettivi della diagnosi e della cura ma conformi alla propria
sfera emozionale (di malato immaginario o terminale...), una persona orientata
al silenzio o al mendacio proprio su fatti o particolari essenziali per la
definizione clinica del caso, non interessata ad una razionale anamnesi nè
bramosa di dati scientifici e probabilistici nè tampoco di assunzioni
drammatiche di responsabilità di fronte ad eventi quali il dolore, la malattia,
il rischio, l'invalidità, la morte; una persona che vuole solo essere
tranquillizzata e se possibile illusa, aiutata a morire ma soprattutto a vivere
o almeno a sperare, affidando decisioni e responsabilità ad altri (parenti o
medici) che poi eventualmente, specie a forze ritrovate, sarà pronta a
rinnegare e diffamare se non a denunciare.
Una
persona non molto dissimile da quella che ogni giorno si può incontrare sul
palcoscenico della vita e che lo stato o la presunzione di malattia non fa certo
improvvisamente cambiare ma solo peggiorare esaltandone gli atavici difetti e le
ancestrali paure. Una persona che la sofferenza del male e lo spettro della
morte rende più piccola e indifesa alla ricerca di qualcuno che non tanto la
curi quanto se ne prenda cura, se la prenda a cuore... Non a caso le statistiche
dimostrano che ancor oggi sono prevalenti sul pianeta coloro che preferiscono le
medicine alternative e le pratiche magiche alla razionalità scientifica e alla
efficacia tecnologica !
Tale
realtà non potrà essere cambiata da nessun modulo di informed
consent o questionario di customer
satisfaction se non si comprenderà adeguatamente lo stato reale di chi a
suo modo valuta e solo apparentemente dispone di sè e decide della propria
vita.
Il
medico più che informare e informarsi dovrà intuire, prima che curare al
meglio dovrà innanzitutto dimostrare di prendersi cura al massimo,
sdrammatizzando sempre e tranquillizzando ove possibile pazienti da cui dovrà
sempre guardarsi perché indifesi e fiduciosi solo momentaneamente, pronti a
divenire con l'aiuto di parenti e legali una squadra all'assalto dell'ingenuo
professionista che ancora credesse alla bella favola del buon padre di
famiglia...
E’
quindi ben chiaro come e quanto la bioetica e la medicina legale siano
fortemente correlate tra loro e perché rappresentino insieme il fattore di
essenziale ispirazione e determinante indicazione per l'esercizio di qualsiasi
attività medica, specialistica e non: si deve in effetti riconoscere che non può
esistere attività professionale senza una adeguata sensibilità etica ed una
sufficiente preparazione medico-legale...
Se
il medico poi non documenta
dettagliatamente le varie subentranti fasi della informazione, del consenso,
della anamnesi, della visita, degli esami strumentali, del decorso clinico, dei
controlli specialistici, delle decisioni del paziente ove difformi dalle
prescrizioni soprattutto se motivo di pericolo per la salute o per la vita
(rifiuto di interventi necessari, non osservanza della terapia, richiesta di
alternative alle emotrasfusioni, dimissioni volontarie) rischia non solo
l'incriminazione ma anche la condanna, posto che solo ciò che risulta dagli
atti di valore legale (certificato, cartella, relazione, referto) fa fede nella
fase istruttoria e dibattimentale del processo penale: come si dice, "carta
canta" ! Per essere più chiari: al paziente basta la parola, al medico
necessita ma può non bastare una supplementare (e complementare) attività di
compilazione di una documentazione da cui si difende con la calligrafia per
antonomasia illeggibile, con la sommaria, omessa o postuma redazione delle
cartelle cliniche, con l'acquisizione del consenso del paziente solo in poche
rituali occasioni (consenso informato e dimissioni volontarie), con la
persistente pratica dei certificati compiacenti...
Difficile
parlare di etica e di una disciplina come la medicina legale, una volta chiamata
"medicina politica", in una società che mena vanto di non occuparsi
di politica...
C'è
da domandarsi se un medico specialista, pur dotato di regolari diplomi, ma
talora dall'italiano incerto, dalle convinzioni civiche contraddittorie, dalle
basi biomediche vaghe e vacillanti, un medico che del camice si fa scudo per
proteggersi dal confronto e dall'incontro con il suo prossimo, può in sintesi
un simile cascame (come lo definisce il Franchini)
affrontare e risolvere brillantemente i problemi, molteplici e complessi, di
comunicazione con il malato, di correlazione con colleghi e strutture, leggi ed
enti, di definizione diagnostica e azione terapeutica, di esecuzione strumentale
e applicazione tecnologica...
La
complessità della scienza medica moderna, il degrado crescente dei rapporti
umani, l'animus pugnandi del
paziente e la sua pretesa di risultati, la barriera cartacea che incombe sul
medico, la comunicazione tra medico e paziente ridotta a rituale inutile, la
svalutazione dell'anamnesi ed il fastidio della visita, l'affermarsi di una
pseudocultura sanitaria fondata su errate ed equivoche convinzioni: parenti
presenti alla visita e da far partecipare alle decisioni, malato che è visto e
che si vede come un assemblaggio di parti separate ed autonome, medico sentito
come tecnico addetto solo alla riparazione di dette parti e obbligato sempre più
al risultato, atteggiamento e orientamento giurisprudenziale sempre più
compiacente nei confronti di siffatta pseudocultura, isolamento e accerchiamento
del medico provvisto di mezzi inadeguati alla propria tutela...
Rispetto
al quadro evidenziato dal Franchini nel 1985 e dall'Introna nel 1996 appare oggi
accentuato un fenomeno di degrado della professione che rischia di ridurre diplomi
e camici a strumenti di finzione ed inganno, anche per l'incentivo
all'uso, peraltro utile, di linguaggi, un tempo ignoti ai medici (quali la
lingua inglese e informatica), destinati ad aggravare il disagio se impiegati non
come completamento degli strumenti della comunicazione ma a copertura di
inemendate carenze di base, di opinabili idoneità
e capacità di correlazione con il
proprio prossimo prima che con il malato.
Lo
speciale "dialogo" dell'anamnesi
ed il delicato "esame" della visita
costituiscono la sostanza della responsabilità
del medico e del rapporto con il
paziente che è reso possibile e lecito dalla successiva opera di informazione,
preludio al decisivo atto del consenso
(orale o scritto a seconda della difficoltà e della delicatezza delle
successive prestazioni professionali) senza il quale non è dato al medico di
attuare alcun trattamento terapeutico
od ulteriore accertamento diagnostico.
Sul
tema della moderna responsabilità medica
esiste oggi , oltre alla citata monografia del Barni,
il caposaldo dottrinario e la banca dati rappresentati dall’opera del Fiori
che offre agli studiosi un riferimento imprescindibile per approfondire il tema
della responsabilità medica, con ampia e aggiornata possibilità di
consultazione delle fonti (storiche, dottrinarie, giurisprudenziali,
bibliografiche e comprensive anche di una emblematica rassegna di specifiche
relazioni medico-legali), sì da consentire il riconoscimento di “…una
subspecialità medico-legale accanto ad altre che da tempo si sono sviluppate e
che può motivatamente definirsi
Medicina
Legale della Responsabilità
Medica…”.
Prima
che della potestà di curare e del dovere
di bene operare (rituali nozioni della dottrina medico-legale ed elementi
essenziali della deontologia professionale) bisognerebbe forse far comprendere
come sia la stessa natura della attività sanitaria ad esigere ed il ruolo
sociale del medico ad imporre comportamenti quali quelli in questa sede
delineati e delimitati: anche per evitare che il tenace rifiuto di incombenze
burocratiche e inferenze politiche costantemente opposto dalla "classe
medica", in questo compatta e convinta, non sia solo l'effetto di una
ancestrale difficoltà culturale e tecnica e soprattutto di una povertà etica
del medico, cui oggi non sono più consentiti gli atteggiamenti autoritari di un
tempo nè le magie e millanterie con cui si sopperiva alla mancanza di capacità
e prima ancora di volontà di incontrare e rispettare il paziente (nella storia
della medicina quanti micidiali salassi e clisteri sono stati impunemente
imposti a pazienti già defedati e disidratati ?).
Per
converso non si può tacere quanto anche il malato contemporaneo sia impreparato
al ruolo di paziente responsabile e
quindi contribuisca al fallimento del rapporto medico-paziente (o, più
esattamente, inibisca i presupposti stessi della comunicazione...): vi è
infatti chi, anche autorevolmente, si domanda se in realtà il paziente desideri
effettivamente l'informazione o non
ambisca solo ad essere tranquillizzato.
E,
quanto all'essere interrogato
adeguatamente con l'anamnesi e indagato
compiutamente con la visita, basta riflettere sulle reazioni ostili ad ogni
tentativo di seria indagine
anamnestico-clinica (in linea con gli insegnamenti dei Maestri della
Medicina e della Medicina Legale): fastidio,
sospetto, rifiuto e, in
caso di osservanza piena delle giuste regole, ricorso a professionisti più
corrispondenti alle aspettative con eventuale azione giudiziaria.
In
questo contesto il consenso del
paziente, per quanto lo si evochi con elegante esterofilia informed
consent, finisce in realtà con lo scandire l'inizio ufficiale di vari tipi
di rischio per il medico autorizzato sì ad agire ma con una "spada di
Damocle" appesa ad un filo di fiducia che può essere interrotto in
qualsiasi momento e senza alcun preavviso da un "avente diritto"
divenuto accusatore animato solo da voglia di "giustizia"... spesso
anche civile !
A
dir poco sui generis risulta in
effetti un rapporto tra due parti che imponga ad una il
rispetto di regole numerose e complesse, la cultura scientifica e la capacità
tecnica, l'obbligazione di mezzi ed anche di risultati, la possibilità di
intervenire solo a domanda e all'altra lasci ogni facoltà compresa quella
di trasformare il consenso in denuncia, la fiducia in accusa, l'incontro in
conflitto dalle allarmanti (sempre e solo per il medico) prospettive per i
rischi di danni morali e materiali all'immagine prima che al portafoglio del
medico indagato e poi imputato per il capriccio ed il "tradimento" di
un paziente cui non certo corre l'obbligo (nè si sente in dovere)
di incontrare preventivamente il professionista per discutere con lui o
semplicemente partecipargli almeno la revoca di consenso e fiducia e l'inizio
delle ostilità !
Se
si riflette sul profilo reale (e legale) del cittadino, soggetto di molti
diritti ma di nessun dovere,
non si può non riconsiderare il ruolo del medico nell'attuale società per
passare da una medicina difensiva ad una
più efficace tutela della professione innanzitutto attraverso il riequilibrio
del rapporto tra parti che devono cominciare a conoscersi per potersi
rispettare prendendo coscienza del significato e dei limiti di un incontro tra
persone altrimenti condannate alla supplenza di magistrati e assicuratori o
destinate alla "fredda" mediazione telematica e tecnologica.
Altrimenti che senso ha parlare di alleanza
terapeutica ?
Gli
stereotipi errati della professione medica, la semplicistica conoscenza del corpo umano, la difettosa capacità di comunicare di professionisti e cittadini, la inesistente
educazione sanitaria della popolazione sono tra le cause di così
macroscopiche incomprensioni e disfunzioni e della conseguente litigiosità e
soprattutto della tutela assai parziale dei beni fondamentali della vita e della
salute: bene recitava il disatteso articolo della legge
833 del 1978, istituente il servizio sanitario nazionale (la cosiddetta, e
per qualcuno famigerata, riforma sanitaria), là dove esplicitamente premetteva
che il conseguimento degli obiettivi di una efficace politica sanitaria in
Italia sarebbe stato possibile solo nel perseguimento di una coscienza e
cooperazione di tutti i cittadini.
Il
fatto che nell'Università italiana basti, per
conseguire diplomi e titoli, di fatto la frequenza ai corsi di laurea (con
l'aggiunta di un po' di tempo) e di specializzazione e di dottorato (con tempi
rispettati in ogni caso), che sia
sufficiente la verifica della presenza e non della perizia rassicura i
partecipanti e i loro familiari ma dovrebbe rappresentare motivo di grave
allarme per ogni cittadino consapevole del fatto che, in Italia, le pergamene
funzionano ancora da lasciapassare per l'esercizio dell'attività
libero-professionale come per l'assunzione in strutture sia pubbliche che
private.
Che
senso ha parlare di customer satisfaction
?
3.
Di fronte ad una realtà così degradata e insidiosa anche all'oftalmologo non
resta altro che l'osservanza non stereotipata delle norme deontologiche e
giuridiche che gli richiedono perizia, prudenza e diligenza, virtù possibili
solo se nella piena coscienza del ruolo e della funzione caratterizzanti la
figura del medico specialista, indipendentemente dal suo inquadramento
burocratico di libero professionista o di dipendente ospedaliero. Coscienza a
sua volta possibile se sostenuta da particolare sensibilità ed adeguata capacità
di comunicare prima che di applicare conoscenze scolastiche ed esperienze
pratiche al singolo caso clinico.
Così
si dovrà essere sempre in grado di ricordare che molte volte il paziente tace
per dimenticanza o trascuratezza o vergogna le patologie pregresse e che questo
silenzio può portare a commettere errori dagli esiti anche letali: un pacemaker o una aritmia non riferiti possono indurre lo specialista
a prescrivere betabloccanti per ridurre la pressione oculare con effetti
disastrosi per chi è affetto da blocco atrioventricolare ! E non ci si dovrà
stancare (quanti errori e danni da "fretta", da distrazione e
superficialità, da disinteresse dell'uomo-medico per il proprio simile...) di
interrogare insistentemente ed approfonditamente il paziente, di visitarlo
interamente e accuratamente, ascoltando
il cuore e rilevando la pressione sistemica ed oculare ed eseguendo un completo
esame dell'acutezza visiva preceduto dalle opportune indagini sulla rifrazione,
non ignorando l'invito rivolto da Frezzotti
nel suo manuale di oftalmologia essenziale, che saggiamente (e giustamente, ex
iure) segnala la "necessità di
preparare specialisti in condizione di raccogliere l'anamnesi e di eseguire la
visita indipendentemente dalla attrezzatura tecnologica disponibile" (e
dalla capacità di usarla).
E
non guasterebbe un adeguato "ripasso" dei punti di repere dei focolai
di ascoltazione del cuore, che potrebbe rivelarsi determinante per la
"scoperta", ad esempio, di una aritmia non comunicata nè dal paziente
nè dal collega. Nè sarebbe inutile ricordare che il mancato rilevamento della
pressione oculare rappresenta una delle principali scandalose cause di cecità
nel mondo ed anche nella parte ritenuta civilizzata (Europa, USA) e saper subito
formulare, in presenza di anomala protrusione dei bulbi oculari, la diagnosi
differenziale tra disfunzione tiroidea, neoplasia orbitaria e pseudotumor infiammatorio, perché la gamma delle possibilità
diagnostiche che si prospetta all'oftalmologo può essere più o meno ampia ma
l'alternativa e il dilemma sottesi possono essere drammatici: una neurite ottica
può essere il segno di una sclerosi multipla come di una banale virosi.
Ne
discende per l'oftalmologo una costante responsabilità medica (tutela della
vita e della salute umana) prima e più che specialistica (difesa della
essenziale funzione visiva)...
Nè
ci si può illudere, chiamati a rispondere della propria condotta dal magistrato
di turno, di poter invocare a propria scusante l'ignoranza della norma o la
ubiquitarietà della malpratica... Nè può bastare la buona coscienza e la
parola onesta del medico, pur se suffragato da testimoni leali, a garantire il
felice esito dell'iter processuale
affidato alla interpretazione di consulenti non sempre affidabili, alla memoria
umana che non agisce certo con la fedeltà di una videocamera, alla validità
riconosciuta solo alla documentazione cartacea acconciamente predisposta, alla
decisione di giudici non dotati di alcuna conoscenza medica e non
infrequentemente animati da pregiudizi e suggestioni.
Una
lezione utile ad una corretta interpretazione del ruolo dell'oftalmologo si
potrebbe apprendere già guardando con intelligente attenzione alle basi
anatomo-fisiologiche: se si comprende cosa è l'occhio non si può non intendere
la reale funzione dello specialista che prende il nome da una struttura oculare
la cui funzione investe ambiti assai ampi: retina e nervo ottico sono formati da
tessuto nervoso puro, risultando l'occhio solo una appendice assai particolare
(agisce come una telecamera !) del sistema nervoso centrale che lancia segnali
di malattie sistemiche o di organi diversi e talora topograficamente distanti o
che con esami strumentali quali l'iridogramma può consentire l'esatta
identificazione della persona umana.
E
che dire del fondo dell'occhio, finestra aperta sull'albero vascolare che
permette all'oftalmologo di diagnosticare da un osservatorio privilegiato
importanti patologie rilevabili da altri specialisti solo attraverso la
mediazione di mezzi radiologici e contrastografici ?
Per
non parlare del ruolo fondamentale e della grande responsabilità
dell'oftalmologo in campo pediatrico dove segni e sintomi oculari esattamente e
velocemente evidenziati ed interpretati possono permettere precoci diagnosi ed
efficaci terapie di malattie metaboliche congenite e sindromi plurimalformative
!
Dall'uso
del laser a eccimeri ad ogni tipo di chirurgia refrattiva (che non consentono
garanzie assolute di risultati e impongono adeguata opera di informazione) alla
facoemulsificazione mediante ultrasuoni (tecnica preferibile ed auspicabile
nella maggior parte dei casi di cataratta, purtroppo non ancora abbastanza
adottata per il persistere di pratiche ormai superate quali la estrazione del
cristallino per via extracapsulare, la cosiddetta ECCE, intervento che come la
facoemulsificazione espone il paziente al rischio di gravi complicanze settiche
endoftalmitiche e panoftalmitiche) e perfino in caso di enucleazione del bulbo
oculare (che richiede alla stregua di ogni altro intervento il rispetto assoluto
delle norme igieniche degli ambienti e degli operatori) è necessaria una
compiuta consapevolezza dei vari aspetti e problemi etici e legali, fisici e
psicologi, sociali ed economici.
Va
detto perciò molto chiaramente che l'oftalmologo, per poter riconoscere le più
comuni malattie metaboliche e cardiovascolari come le più rare patologie
autoimmuni e neoplastiche, deve essere innanzitutto un medico:
è triste dover constatare come tra i deliri che si agitano nell'immaginario
collettivo resista ancora la convinzione che il "generico" vale poco e
che la "grandezza" sta nella ultraspecializzazione vista come
esperienza limitata ad una parte circoscritta del corpo umano, alla faccia della
complessa costituzione e dell'intima connessione di organi ed apparati, della
criptica inscindibilità di strutture deputate ad attività meccaniche,
materiali e misurabili (locomozione, circolazione del sangue, difesa
immunitaria) ed anche a funzioni sfuggenti all'analisi scientifica e
all'imitazione tecnologica (il pensiero, l'intelligenza emotiva, l'espressione
artistica).
Non
a caso le sentenze di condanna fioccano non per l'imperizia o l'errore in corso
di attività di alta specializzazione ma per banali (e disastrose negli effetti)
omissioni e negligenze, errori ascrivibili a carenze culturali di base e a
generiche prestazioni, a maggior ragione se attribuibili ad esperti (o presunti
tali) specialisti. Tanto che l'Introna delinea due eventualità estreme: "...A)
se la prestazione è molto semplice e ne segue danno l'errore è assolutamente
inescusabile (colpa); B) se la prestazione è di elevatissima difficoltà e ne
segue danno l'errore può essere scusabile (non colpa; sempre che l'errore non
sia da negligenza o da imprudenza)..."
Il
"politicamente corretto" cui
sempre più siamo invitati a improntare il nostro linguaggio non deve impedirci
la riflessione sul facile attacco a Maestri
e Medici disarmati, sottomessi a
vincoli, sottoposti a controlli, esposti a trabocchetti e tradimenti da parte di
allievi e pazienti sempre più
attrezzati e accaniti, pronti a sferrare i colpi più bassi e a inscenare
pantomime vittimistiche mosse non tanto dal desiderio di accrescimento culturale
o di risanamento personale ma dalla cosiddetta sindrome da appetizione di benefici socio-economici (diretti, in
forma di indennizzo per presunti danni derivanti da attività sanitaria, o
mediati, per la potenziale lucrosità di titoli e diplomi accademici) ! Forse
non era questa la scuola "aperta a tutti" cui si riferiva il
Costituente nell'art. 34,
non certo un luogo senza ordine e qualità, dove chiunque può entrare e
pretendere, disturbare e offendere...
Forse
sarebbe cosa buona e giusta oltre che civile e salutare puntare per il futuro
alla qualità piuttosto che alla pletora di avvocati (8.000 in Francia, 100.000
in Italia) come di oculisti (800 in Gran Bretagna, 6.000 in Italia): il minore
contenzioso sarebbe "compensato" da una migliore qualità delle
professioni ma soprattutto della vita...
La
strada non pare certo quella dell'attentato sistematico alla autorevolezza dei
Maestri e al prestigio delle Scuole, strategia perseguita da chi tenta di
occultare la propria inemendabile carenza di curiosità scientifica e di
comunicativa sociale, fattori essenziali per la formazione di una adeguata
cultura medica e l'esercizio di una soddisfacente professione sanitaria...
Nè
al rischio di estinzione dei grandi Maestri e dei bravi Professionisti potranno
porre rimedio Periti e Magistrati, i cui livelli attuali sono ben descritti nel
più recente ed autorevole trattato italiano di medicina legale.
E
va denunciata la insufficienza e illusorietà di "protocolli
diagnostici e terapeutici" (pericolosi per la incolumità dei malati e
la sicurezza dei medici) e delle sempre più invocate "guide lines" (che divengono leggi dello Stato là dove, come
accade, sono considerate in maniera rigida per motivare decisione giudiziarie) o
dei cosiddetti "criteri"
per valutazioni medico-legali in soccorso di estimatori sprovvisti di cultura
adeguata (alla ricerca di strumenti di facile e pronto impiego).
Il
disastroso malcostume insinuatosi nelle più prestigiose istituzioni deriva,
oltre che dal generale degrado sociale, dalla tendenza (legislativa,
ministeriale, sindacale) a incentivare regole e procedure apparentemente
ispirate da elevati sentimenti etici e improntate a disciplinare condotte e
rapporti, in concreto produttive di incrementi solo quantitativi con inesorabile
impoverimento di ogni senso di identità
e responsabilità, nel trionfo di una burocrazia che nulla ha a che
vedere con i compiti di formazione e selezione
conferiti alle università, a maggior ragione se autonome.
Vi
è poi l'effetto, non secondario perché a sua volta innesco di ulteriore
deterioramento di quel rispetto che
è alla base di ogni rapporto, della
inversione dei ruoli derivante sia dalle incursioni e aggressioni di cittadini,
istituzioni e mass media alla
professione medica sia dalle molteplici opzioni estimative offerte ai discenti
abilitati a dettagliate definizioni di idoneità
e capacità dei docenti, pur essendo
notorio che una difettosa (o non gradita) ricezione di un messaggio non
necessariamente è ascrivibile alle doti di chi trasmette o alla qualità della
comunicazione, certo non valutabile in termini di quantità di consenso.
Riprendendo
il titolo "Aspettarsi l'inaspettabile" con cui Bill Gates apre un
capitolo di una sua recentissima monografia, ispirata dalla convinzione che a
ogni cambiamento corrisponde una opportunità, appare fondata l'ipotesi che
proprio la temuta rivoluzione digitale possa far ritrovare la via per il primato
della mente umana e per la obiettiva valutazione di capacità e meriti: dai
freddi e disumani sistemi informatici tornerà all'uomo la certezza del valore
delle cose e delle persone, là dove queste non sembrano oggi più attrezzate e
interessate alla equa attribuzione di competenze e responsabilità ?
Basta
sfogliare l'indice per animarsi di speranza leggendo titoli come "Gestire
con la forza dei fatti" (Individuare una metodologia oggettiva, basata sui
fatti), "Creare un ufficio senza carta" (Invogliare a nuovi stili di
vita), "Sviluppare processi che responsabilizzino le persone" (Mettere
le persone nelle condizioni di fare la differenza), "Nessun sistema
sanitario è un'isola" (Il Web ci rende responsabili della nostra salute),
"Creare comunità didattiche virtuali" (In collegamento con i genitori
e con l'intera comunità), "Creare processi digitali basati sugli
standard" (I problemi dei sistemi informatici nell'anno 2000: un esempio di
miopia applicata al software).
Ma
non c'è da sorprendersi perchè anche l'informatica
è figlia dell'uomo e della sua mente, ultimo atto di una lenta ma
inesorabilmente progressiva evoluzione biologica, che nel felice connubio tra occhio
e cervello umano ha raggiunto il misterioso risultato della
consapevolezza del sè, della coscienza
e della conoscenza: nell'occhio si
proiettano infatti le immagini del mondo che divengono il "quid pluris" per la formazione e l'accensione del motore della
comprensione. Il "cogito ergo sum"
può ben completarsi nella riflessione sulla stretta correlazione tra visione
e pensiero, su quanto il nostro modo di pensare dipenda dal modo di vedere
ciò che ci circonda.
Ancora
una volta è quindi dalla biologia
che va tratto l'insegnamento che solo nella qualità
sta la possibilità di riscatto e rivincita dell'uomo sulla fragilità e brevità
della materia evolutasi in neurone e
in cervello, eredi di forme di vita
assai più antiche e longeve, una volta mastodontiche e statiche, oggi
espressioni leggere ed effimere, mobili e veloci grazie al pensiero, polline vagante nelle profondità dell'universo...
RIASSUNTO
L’analisi medico-legale della responsabilità
professionale in ambito oftalmologico consente di riesaminare criticamente il
reale stato dei rapporti tra medici e pazienti: emerge l’esigenza, anche sotto
il profilo giuridico e giurisprudenziale, di doti innanzitutto umane e di
capacità soprattutto mediche più che di eccezionali abilità chirurgiche e
tecnologiche.
Non a caso le sentenze di condanna fioccano non per
l'imperizia o l'errore in corso di attività di alta specializzazione ma per
banali (e disastrose negli effetti) omissioni e negligenze, errori ascrivibili a
carenze culturali di base e a generiche prestazioni, a maggior ragione se
attribuibili ad esperti (o presunti tali) specialisti.
Di fronte ad una realtà così degradata e
insidiosa anche all'oftalmologo non resta altro che l'osservanza non
stereotipata delle norme deontologiche e giuridiche che gli richiedono perizia,
prudenza e diligenza, virtù possibili solo se nella piena coscienza del ruolo e
della funzione caratterizzanti la figura del medico specialista,
indipendentemente dal suo inquadramento burocratico di libero professionista o
di dipendente ospedaliero.
SUMMARY
The medico-legal analysis of the professional liability
in ophthalmology allows us to re-examine critically the actual state of the
doctor-patient relationship. From this legal consideration, it emerges that
human qualities and basic medical knowledge outweigh exceptional surgical and
technological skills.
Numerous convictions are not due to inexperience or
error in the course of highly specialist activity but to trivial (though with
disastrous consequences) omissions and cases of negligence caused by poor basic
medical culture as well as inaccurate ordinary services, all the more blameful
if ascribable to “expert specialists”.
In front of this disappointing reality, the
ophthalmologist, too, has to conscientiously respect the deontological and legal
regulations, which demand expertise, prudence and diligence. Regardless of his
bureaucratic position as an independent professional or a hospital-dependent
doctor, the specialist can only satisfy these requirements if fully conscious of
his very particular role and function.
Per tutti si veda Introna F.: L'epidemiologia
del contenzioso per responsabilità medica in Italia ed all'estero,
Rivista Italiana di Medicina Legale, 1, 71, 1996. Su iniziativa della Società
Italiana di Medicina Legale e delle Assicurazioni (SIMLA) è stato
costituito il Gruppo Interdisciplinare per lo Studio della "malpractice"
medica con l’apporto delle Società Scientifiche interessate alla
diffusione della cultura medico-legale nei diversi settori applicativi ed
alla istituzione di centri regionali di riferimento per le singole
discipline. Al Gruppo aderiscono le seguenti Società Scientifiche:
·
Società Italiana di Anestesia, Analgesia, Rianimazione e
Terapia Intensiva;
·
Società Italiana di Ortopedia e Traumatologia;
·
Società Italiana di Ostetricia e Ginecologia;
·
Società Italiana di Oncologia Radioterapica;
·
Società Italiana di Chirurgia Plastica;
·
Società Italiana di Chirurgia;
·
Società Italiana di Neurochirurgia.
Il Gruppo si prefigge la
istituzione di un osservatorio nazionale della "malpractice
medica". Gli interessati possono inviare una richiesta di adesione al
Presidente della SIMLA Prof. Luigi Palmieri a mezzo fax al numero
081/5513794.
loc. cit., sub 6, pagg. 96-97.
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